Sabato 17 Febbraio 2018, h 21:00
Stabat Mater. Composizione per sei voci e un Duomo
Quando la voce ridisegna lo spazio sacro
Novara, Chiesa di San Nazzaro della Costa
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Concerto
Esegue: Faber Teater
Musica di: Antonella Talamonti
A cura di: Comitato per il Progetto Passio

FOTO


TESTI


DESCRIZIONE

CRONACA

FABER TEATER IN SAN NAZZARO, IN-CANTO TRA LE MURA E LE VOLTE

Faber Teater a Novara presso la chiesa del convento di San Nazzaro della Costa: una fusione spirituale, un in-canto tra le mura e le volte, un accordo perfetto tra voci umane – due femminili e quattro maschili – e mani d'artigiano che hanno plasmato, coi mattoni e la calce, quelle forme sacre che diedero un tempo vita all'aula della celebrazione del Mistero più santo. E' raro oggi entrare in un edificio di culto e avvertire, come per osmosi o per amorosi sensi, un'affinità antropologica e ancor più teologica tra chi è lì e il luogo che lì permane: un pellegrino giunge e se ne va, il luogo sacro sta, permane nel tempo. San Nazzaro, col suo stare sulla collina, al Colle della Vittoria a Novara, appare come l'approdo più idoneo all'ascolto dell'opera d'arte ideata e composta da Antonella Talamonti e messa in scena da Faber Teater; ma più che una "scena" si è trattato di una ricerca nello spazio che risuona, non un posto fisso dove l'occhio e l'orecchio dello spettatore tendono; no, uno stare laddove il luogo originariamente ha assunto una sua sonorità e che, rarissimamente, riesce a esternarla. Dal presbiterio sotto l'affresco del crocifisso, alla posizione antistante l'assemblea, negli angoli a sostegno portante dell'edificio, uniti e divisi, quasi nascosti, per far esaltare la voce e il suono con parole quasi sempre inarrivabili, miste tra antichi linguaggi che si accordavano con la vetustà del luogo; moduli medievali di sapore moderno, con passaggi tonici e semitonali rasenti la dodecafonia, ritorno primordiale, nel far risuonare la voce, farla incontrare con un'altra e ripartire in armonia... come il dolore della Madre, lei che è lo «Stabat Mater», un dolore che stridere, come un dolore che invoca, che grida, che tace... e tra il silenzio, il canto, la preghiera e la parola Faber Teater ha accompagnato noi, non più spettatori, ma attori con loro, in un dramma che non si è chiuso in se stesso ma ha richiesto, come nel dolore del parto della Madre, di uscire: un esodo per la vita! Un bimbo non può restare sempre nel grembo per la gestazione, quando giunge l'ora di uscire preme per venire alla luce. Ma ogni passaggio alla vita è sempre faticoso, è un nuovo esodo: così, emblematicamente, con l'uscita dalla chiesa del convento, passando tutti, uno per uno, tra le voci di Faber Teater per trovarsi sul sagrato, di fronte alla chiesa del Mistero, abbiamo voluto non solo salutarci ma rendere grazie a chi ci ha permesso, ancora una volta, di gioire interiormente, toccati dalla Bellezza, figlia di quella Vita che nasce e che rinasce nell'attesa del Risorto.



PRESENTAZIONE

STABAT MATER, COMPOSIZIONE PER SEI VOCI E UN DUOMO
San Nazzaro della Costa, i Faber Teater “ridisegnano” lo spazio sacro

Sei voci che “ridisegnano” lo spazio della chiesa, usandola come un enorme strumento musicale. È l’esperienza che l’ensemble vocale e teatrale Faber Teater propone per Passio – il progetto di Cultura e arte attorno al mistero pasquale promosso dalla diocesi di Novara – con lo spettacolo “Stabat Mater”, sabato 17 febbraio alle ore 21, al pubblico riunito a Novara nella chiesa del convento cappuccino di San Nazzaro della Costa. I sei attori, cantando e recitando, si muovono nell'ambiente per esplorarne le possibilità acustiche di amplificare, riverberare e deviare i suoni, così da potenziare ad arte le emozioni suscitate dalle voci. Voci di lutto e di dolore, che dicono la sofferenza di una Madre che perde il Figlio e la volontà di denunciare, accettare e condividerne la tragedia, per superarla insieme. Le musiche originali, composte da Antonella Talamonti, danno vita a testi di lingue e mondi diversi: il latino del “Miserere” e dello “Stabat Mater”, il dialetto nuorese di “Sette ispadas de dolores”, l’arabesh degli Albanesi trapiantati in Italia nel ‘400, il volgare italiano del “Donna de Paradiso” di Iacopone da Todi, e l’italiano contemporaneo. Un armonia di suoni per dire che c’è una luce di salvezza e speranza oltre la coltre nera del dolore e dell’ingiustizia.